“Inshallah”

aprile 2, 2015 § 1 Commento

nicoletta pirotta

éNei giorni scorsi certamente nelle scuole si è parlato di Tunisi. Ma forse non si è detto che dopo l’attentato al Museo Bardo nella città affacciata sul mare nostrum si è tenuta una importante iniziativa internazionale. Al Forum Sociale Mondiale da 15 anni si danno appuntamento associazioni, movimenti, gruppi che lavorano per costruire un’alternativa alla globalizzazione liberista. Questa edizione del Forum ha dovuto fare i conti con un’altra forma di globalizzazione: il terrorismo che ha colpito l’unico paese del mondo arabo dove la democrazia è stata raggiunta con una rivolta non violenta. La decisione di mantenere il Social forum fortemente sostenuta dagli organizzatori tunisini è stata premiata dalla partecipazione di sessantamila donne e uomini. Il Forum si è tenuto nel posto giusto al momento giusto. E ha avuto come protagoniste le donne. Le più consapevoli della rischiosa diffusione a tutti i livelli di fondamentalismi religiosi.

Inshallah. È questa l’espressione che ho sentito spesso ripetere da tutti coloro con cui sono entrata in contatto nei giorni trascorsi a Tunisi. Taxisti, baristi, commercianti, donne delle pulizie, funzionarie delle dogane (una delle quali in dolce attesa), cittadine comuni incontrate sui tram che usavamo per alcuni spostamenti, si affidano a Dio e sperano che l’attentato terrorista del Bardo non lasci strascichi irreparabili sull’industria del turismo, il cuore economico della Tunisia.

Il recente attentato al museo Bardo, che ha causato 23 morti, sarà ricordato a lungo e rischia di lasciare una ferita indelebile.

Laicità a rischio

È in questo contesto che si è tenuto il Forum Sociale Mondiale. La scelta di mantenere questo importante appuntamento internazionale nonostante l’attentato è stata giusta. E la città ne è stata grata accogliendoci con calore e simpatia.

Partecipare al Forum mi ha dato la possibilità di conoscere e capire un po’ di più la situazione della Tunisia, il paese più laico del Maghreb nel quale sono iniziate le “primavere arabe” e che è stato teatro qualche giorno fa, come ricordavo sopra, del cruento attentato terroristico al museo del Bardo.

In effetti tutte le ed i tunisini con cui ho avuto modo di parlare hanno mostrato preoccupazione, disorientamento e timore per il futuro. La laicità di cui il paese ha goduto sotto la guida di Bourghiba, il Presidente per il quale tutte/i mantengono ancora un ricordo riconoscente (pur se non mancano le critiche), rischia di essere ridimensionata.

Durante gli anni governo di Bourghiba, mi è stato sottolineato in particolare dalle donne, queste ebbero accesso ad uno status assolutamente inimmaginabile per il mondo arabo ─ divieto della poligamia, sostituzione del divorzio al ripudio, legalizzazione dell’aborto ─ che superava, all’epoca, perfino quello di cui godevano le donne francesi.

Oggi tutto questo è rimesso in discussione mentre si assiste all’avanzata di un fondamentalismo religioso fino a qualche tempo fa neppure immaginabile.

Paradossalmente la “primavera araba”, o meglio il suo strumentale utilizzo politico, ha aperto alcune brecce al fondamentalismo.

Le grandi manifestazioni di piazza, determinate dalla precaria situazione di vita a cui sono costretti, in particolare, le ed i giovani che lavorano nelle imprese delle multinazionali informatiche (arrivate in Tunisina attraverso una delocalizzazione selvaggia che ha avuto come contraltare, in Europa, la perdita di lavoro di molti giovani soprattutto francesi, a conferma del dumping sociale di cui si è servito e si serve il capitalismo anche nella crisi economica). I bassi salari e le condizioni di lavoro vicine alla schiavitù sono state la miccia della “rivoluzione”.

Ma insieme alla materialità delle condizioni economiche e sociali le rivolte si sono caratterizzate anche sul piano dell’anticolonialismo per mettere in discussione l’Occidente, visto come un sistema di potere che si fonda sullo sfruttamento del lavoro, sull’imposizione dei propri “valori” (a partire dal fondamentalismo del mercato) e sull’inferiorizzazione delle culture diverse dalla propria. La lotta all’Occidente, se considerato come un tutt’uno omogeneo, costituisce un fertile terreno di cultura per fondamentalismi religiosi di varia natura che hanno buon gioco nel rimettere in discussione il principio di laicità e riportare le lancette dell’orologio ad un passato remoto (in particolare per le donne) che per ora nessuna/o vuole ma che rischia alla lunga di imporsi.

L’attentato del Bardo è servito a peggiorare la situazione.

Per questo le tunisine ed i tunisini con cui ho parlato si affidano a Dio e chiedono di non essere lasciate sole/i perché come mi ha detto uno di loro “il fondamentalismo è contagioso”.

Il Forum mondiale

Al Forum si sono iscritti più di 121 paesi ed oltre 5.000 organizzazioni. Una presenza dunque importante e significativa. Per questo trovo ancor più giusta la scelta di mantenere l’appuntamento, nonostante l’attentato.

Al di là di questa buona scelta, però, sul piano “politico” non mi è parso di scorgere complessivamente nessun passo in avanti rispetto alle altre edizioni.

Il numero impressionante di seminari e iniziative testimonia certo la ricchezza dell’attivismo sociale e politico mondiale per “un altro mondo” ma dall’altra fotografa la frammentazione delle soggettività collettive coinvolte che ancora non riescono a confluire, in una dimensione internazionale, su un progetto comune che implicherebbe da una parte superare le “nazionalità” e dall’altro convenire (in modo un po’ meno generico del desiderio di un “mondo altro”) su un modello di società e di relazioni sociali non più fondate sul profitto, sull’alienazione, sullo sfruttamento e sulla supremazia di un genere o di una classe.

Di fronte ad un capitalismo finito in un vicolo cieco, che diventa ogni giorno più divorante e aggressivo, e ad un patriarcato che si nutre delle contraddizioni di quest’ultimo per diffondere fondamentalismi che tagliano le gambe in ogni campo al principio di autodeterminazione, la risposta del movimento “altermondialista” dovrebbe essere quella di provare a mettere in discussione i rapporti di forza, inserendosi nelle contraddizioni che i sistemi di potere scatenano per agire i conflitti necessari e costruire quel “movimento reale che cambia lo stato attuale delle cose”.

Non dico che esperienze capaci di alludere ad una simile prospettiva non ve ne siano (penso alle reti femministe o ecologiste o per i diritti delle e dei migranti oppure, su un piano politico-istituzionale e per quanto riguarda l’Europa, penso alla Grecia o alla Spagna) dico solo che esse non assumono una forza tale da “impensierire” troppo i poteri dominanti.

Al contrario, e positivamente, il Forum Mondiale ha mostrato alcune emergenze di fondo con le quali saremo costrette/i a misurarci.

Una di queste, confermata dalla situazione tunisina, è appunto quella legata al potere delle religioni e alla rischiosa diffusione a tutti i livelli di fondamentalismi religiosi (di tutte le religioni, in particolare quelle monoteiste).

Emergenza che appare rischiosa soprattutto in relazione al principio di laicità ed al diritto all’autodeterminazione.

Il punto di vista di alcune reti femministe

Non è un caso che sono state in larga parte le donne in particolare alcune reti femministe a puntare il dito su religioni e fondamentalismo.

Dico che non è un caso perché religioni e fondamentalismo sono fra gli elementi strutturali del sistema patriarcale e l’averne svelato la natura e la funzione dimostrando che esso, il patriarcato, non può essere superficialmente accostato o peggio sussunto in quello capitalista, ci consente di avere antenne più sensibili nel coglierne la presenza e la potenza.

In due specifici seminari sul tema, l’uno organizzato da Feminists for Europe (FAE, la rete europea di IFE Italia) insieme a Transform! e Casa Africa e l’altro dall'”Articulaçao dos mujeres do Brasil” è emerso il nodo della religione, scottante, sia per la non sufficiente distinzione fra fede e religione sia per le differenti modalità di applicazione (quando non per l’assenza) del principio di laicità nelle carte costituzionali dei singoli Stati.

Nel primo dei due seminari (che ha visto la partecipazione di donne ed uomini) si è dibattuto soprattutto di religione nonostante l’intervento introduttivo avesse invitato a riflettere anche sulla drammaticità della questione economica e sociale. È parso che su questi ultimi temi, e quindi sulla critica al capitalismo, vi fosse una condivisione di fondo. Invece sulla religione le posizioni divergono: in particolare le donne e gli uomini (giovani e non europei) che sono intervenuti su questa tema hanno rivendicato il diritto di professare una religione anche nella sfera pubblica e di fare uso di simboli che ne manifestino la scelta (il velo per esempio) senza che tutto ciò leda il loro diritto all’autodeterminazione. In particolare le giovani donne hanno rimproverato alle femministe occidentali la rigidità della loro posizione che rischia di creare un solco incolmabile.

Altre giovani donne tunisine hanno espresso posizioni differenti ma è evidente che la riflessione ed il confronto non possono (non devono) che continuare.

Altro nodo scottante è quello del fondamentalismo religioso che avanza in ogni parte del mondo (nel seminario proposto dalle donne brasiliane erano presenti donne provenienti da Tunisia, Stati Uniti, Taiwan, Canada, Brasile, Spagna, Belgio, Italia, Francia, Nigeria, Marocco ed altri paesi africani). Due esempi su tutti: le donne brasiliane (della “Articulaçao dos mujeres do Brasil) hanno denunciato il costante aumento delle sette evangeliste che sono riuscite ad eleggere rappresentati nel parlamento nazionale che stanno aumentando consenso e costruendo alleanze tali da mettere a rischio la democrazia stessa: una donna belga, rappresentante sindacale, ha informato sull’avanzata di fondamentalismo in Belgio tanto che recentemente il borgomastro di Anversa ha consentito ai servizi di ristorazione collettiva (bar, ristoranti, ecc) di rifiutarsi di ospitare feste di matrimoni gay e persino di servire pasti o bevande a coppie omosessuali (!).

Il fondamentalismo è nemico soprattutto delle donne perché mette in discussione il loro diritto a disporre del proprio corpo e quindi mina alle basi il principio di autodeterminazione.

Ma sarebbe miope se non idiota credere che tutto ciò riguardi solo le donne.

Se le donne sono meno libere è la società intera ad esserlo.

Nei seminari che ho seguito e nelle discussione che ho avuto con amiche e compagne di ogni parte del mondo mi pare che questa consapevolezza ci sia.

Si tratta ora di diffonderla…

Da questo punto di vista il Forum ha consentito a me ed alla rete che rappresentavo (FAE) di costruire relazioni internazionali che potranno consentirci di approfondire questa riflessione per provare a costruire azioni collettive e coerenti.

Non solo, nell’incontro finale con la delegazione di Transform! (la rete europea con la quale FAE ha organizzato il seminario) ho sottolineato l’importanza di un confronto su religione/ fondamentalismo/ laicità/ autodeterminazione e ho riscontrato un forte interesse da parte delle e dei componenti la delegazione.

Inshallah! Appunto.

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